Il portale di annunci immobiliari cambia pelle (ma soprattutto testa e cuore)
Cinisello Balsamo (MI), 26/05/2010 – Attico.it, il portale di annunci immobiliari di B&P Editori Srl, è stato completamente rinnovato e riprogettato nel rispetto degli standard di usabilità, navigabilità e massima velocità di accesso ai dati. Il sito cambia veste grafica, si rinnova nei colori e nel look, ma soprattutto si arricchisce di molte nuove funzionalità, per rendere la ricerca di immobili ancora più semplice, veloce e completa. Massimo Boraso, il nuovo responsabile dei portali web di B&P Editori ne parla in questi termini: “Non si tratta di un semplice restyling grafico. Nello sviluppo del nuovo Attico.it è stato fatto un grande sforzo progettuale e creativo per offrire agli utenti il meglio in termini di rapidità e di accuratezza dei risultati in relazione alla ricerca effettuata”.
“Il brand Attico, da 20 anni leader nel settore della free press e attualmente online con oltre 400mila annunci di sole agenzie immobiliari, meritava uno strumento web all’altezza del suo nome e della sua storia; il nuovo Attico.it punta a ribadire anche nel web questi successi, con una previsione di raddoppio degli annunci pubblicati entro un anno. L’altra grande novità consiste infatti nell’apertura di Attico.it all’inserimento gratuito di annunci sia da parte dei privati che dalle agenzie, nonché dalle imprese di costruzioni edili che potranno inserire i cantieri e le nuove costruzioni dandogli la massima visibilità che il web consente”.

La differenza con il vecchio Attico.it è evidente sin dalla Homepage, progettata graficamente in modo differente da quelle degli altri siti di annunci immobiliari, rappresentando al tempo stesso un…
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Sempre più spesso negli ultimi anni abbiamo sentito utilizzare, nel mondo del lavoro, il termine mission.
La mission di un’impresa, o più in generale di qualsiasi organizzazione, è il suo fine, il suo obiettivo, la giustificazione stessa della sua esistenza e ciò che la distingue da tutte le altre.
Definire delle linee guida è estremamente rilevante per le organizzazioni, per questo ci sono aziende che spendono grosse somme di denaro per stabilire la propria mission, affidandosi a costose società di consulenza che collaborano con i migliori manager alla creazione di poche righe di parole piene di buoni propositi, che verranno poi inserite in cornici eleganti e appese all’ingresso degli uffici.
Ciò che stona è che per la maggior parte delle imprese si tratta di parole che rimarranno fini a se stesse e che non forniranno alcuna ispirazione ai dipendenti, anzichè guidarli nello svolgimento delle loro mansioni quotidiane.
Sono poche le imprese dotate di una mission che rifletta veramente la visione e i valori condivisi di ogni singolo membro della squadra, creando senso di appartenenza e impegno comune e dando a tutti le linee giuda di comportamento; quelle che ci riescono, però, sembrano avere una marcia in più rispetto alle altre e in molti casi riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati indipendentemente dall’andamento del mercato.
Navigando in Internet se ne trovano tante.
Quella di Google: “Organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili”; quella di Microsoft: “Consentire a persone e organizzazioni di tutto il mondo di realizzare appieno il proprio potenziale”; quella di Nike: “Offrire ispirazione e innovazione ad ogni atleta nel mondo. Se hai un corpo, sei un atleta”.
Voi avete ben chiara la vostra?…
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Gidp-Hrda, Associazione direttori delle risorse umane, che riunisce 2.050 manager delle “human resources”, ha realizzato il questionario “Neolaureati 2008″ che è stato sottoposto a un campione mirato di 129 direttori del personale di medio-grandi società, facendo emergere dati interessanti.
In Italia i neolaureati non vengono pagati poco rispetto agli altri Paesi europei; le aziende li cercano soprattutto attraverso i portali online oppure i servizi di placement delle università individuando soprattutto candidati con una laurea specialistica nel curriculum, conseguita nei tempi previsti dal piano di studi e possibilmente con un buon voto di laurea.
Le lauree più ricercate?
Al primo posto Ingegneria (31%), in particolare ingegneri meccanici e gestionali; seconda posizione per Economia (30%) e terza per Giurisprudenza (8%).
Elementi fondamentali che entrano in gioco nella scelta del neolaureato sono l’ottima conoscenza dell’inglese o di altre lingue straniere (31,7%), la motivazione personale (23,6%), l’aver svolto periodi di lavoro o stage durante gli anni dell’Università (13,9%) e le capacità relazionali del candidato (12%).
Purtroppo i giovani dottori italiani sembrano carenti in fatto di flessibilità e capacità di adattamento, competenze applicative, intraprendenza, doti relazionali e comportamentali e, in alcuni casi, preparazione accademica.
Fonte: TGcom
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Gli imprenditori che non denunciano le estorsioni devono essere puniti attraverso sanzioni penali o amministrative, l’interdizione dai pubblici appalti, la rescissione dei contratti pubblici, la sospensione dalla professione o la revoca di licenze e concessioni.
A parlare è il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, ascoltato in Senato dalle Commissioni riunite affari costituzionali e giustizia, impegnati nell’esame di alcuni disegni di legge di sicurezza pubblica.
Grasso ha fatto una panoramica sulla mafia che dalle pretese di pizzo accompagnate da gravi intimidazioni è passata alla gestione di vere e proprie imprese criminali che operano nel tessuto economico legale, soprattutto tramite subappalti e noli e, per dare le dimensioni del fenomeno, ha citato “irregolarità” e “gravi indizi di infiltrazione mafiosa nell’esecuzione dei lavori” in cantieri anche collegati alla realizzazione di grandi opere nel Mezzogiorno.
Il guaio, secondo Grasso, è che gli imprenditori tollerano questa prepotenza criminale.
Da qui la necessità, oltre a quella di una riforma e di correttivi nel nuovo Codice degli appalti, di punire chi non denuncia estorsioni e di farlo, per gli imprenditori, attraverso sanzioni “mirate”, proposta che già in passato aveva suscitato enormi polemiche…
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«Figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo»… ma probabilmente andrà incontro a un grosso calo di redditività.
Dalla ricerca “Successione familiare e performance d’impresa: evidenze dalle imprese familiari italiane” realizzata da Bankitalia, emerge chiaramente che la successione che non tiene conto dell’effettiva propensione per il ruolo manageriale e delle capacità e competenze necessarie a guidare un’azienda può influire negativamente sulla redditività dell’impresa stessa.
Lo studio ha coinvolto 3.500 imprese manifatturiere che hanno sede tra Veneto, Emilia Romagna, Marche e Abruzzo e che lavorano nei settori più tradizionali del Made in Italy: dall’abbigliamento al legno, dalla produzione di mobili alla meccanica ai prodotti in plastica.
Il risultato non lascia adito a dubbi: la successione influisce negativamente sulla redditività, in particolar modo se l’impresa passa di padre in figlio (-2,84 punti percentuali), mentre accusa meno il colpo se il successore non è parente del fondatore (-0,87 punti percentuali).
E’ come dire che la capacità di guidare un’azienda non si eredita, come non si ereditano talento e fiuto per gli affari: ne è convinto, ad esempio, Bernardo Caprotti, presidente di Esselunga, che un paio di anni fa, superati gli ottanta di età, dichiarò che nessuno dei suoi discendenti era in grado di succedergli e scatenando così la corsa all’acquisto della catena di supermercati…
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Lavorando nel marketing una delle principali giustificazioni per il “no” di fronte a proposte (più o meno) audaci in termini di comunicazione è: Mi dispiace, c’è crisi, non possiamo investire. I libri ci insegnano che l’errore da non fare in tempi di vacche magre è proprio quello di tagliare le spese di pubblicità e comunicazione, si innesca in questo modo un circolo vizioso del tipo meno entrate = meno investimenti = ancor meno entrate che spesso porta al tracollo, che fare dunque?
Innanzitutto è bene capire se la crisi è strutturale o aziendale, un’impresa in crisi in un settore in crescita si trova in una situazione diversa e più preoccupante rispetto ad un’azienda in crisi in un settore in grossa crisi, quest’ ultima potrebbe quasi ritenersi soddisfatta. Inoltre è giusto capire come intervenire, con calma e senza stravolgere l’azienda. Spesso è più efficace un colpo di spugna comunicato e implementato con persone che conoscono l’azienda rispetto ad un rinnovamento totale che rischia di bloccare anche le poche dinamiche ancora funzionanti. Se dovessi dare 3 consigli per il crisis management direi:
- cercate di ottimizzare gli investimenti: se i giornali non portano più clienti provate strumenti diversi, magari abbinati (come radio + cartellonistica)
- parlatevi / parlategli: convocate il personale e cercate di cogliere idee e suggerimenti, provando a capire perchè le cose andavano e ora non vanno
- pianificate: datevi degli obbiettivi a 6 e 12 mesi e trasformate la riunione in un momento di incontro periodico, comunicate che “tutti assieme bisogna uscirne”
Come vedete la mia ricetta è molto marketing-oriented ma forse anche sul lato finanziario è bene comprendere come muoversi, e voi avete mai affrontato periodi di difficoltà? Quale “lezione” avete portato a casa?…
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Nel terzo millennio ci sono ancora aziende che resistono alle innovazioni tecnologiche, spesso a causa delle persone che non hanno confidenza con quegli strumenti del Web 2.0 che ci permettono di sviluppare relazioni e di essere sempre in contatto con l’informazione.
Una recente ricerca condotta da Idc, in collaborazione con Nortel, evidenzia che questa situazione è destinata a cambiare: nelle aziende dei 17 paesi analizzati, il 16% dei dipendenti risulta essere “iperconnesso”, dato di per sé non particolarmente significativo ma che lo diventa se pensiamo che le stime indicano che questa percentuale crescerà fino al 40% in breve tempo.
Gli iperconnessi sarebbero persone che utilizzano almeno 7 differenti dispositivi per comunicare (pc fisso, portatile, telefono fisso, cellulare, Pda, smart phone, sistemi embedded, ecc.) e almeno 9 applicazioni per connettersi (e-mail, instant messaging, avatar in universi virtuali, post su blog e wiki, riunioni in videoconferenza, telefonate in voce su Ip, incontri con i clienti su LinkedIn o Plaxo, ecc.).
Questi soggetti, che stanno già lavorando o che entreranno nel mondo del lavoro entro breve tempo, costituiranno un’incredibile risorsa per le aziende perché proprio da loro può arrivare la scoperta di nuovi mercati, tecnologie, applicazioni e processi professionali…
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Definire un pacchetto di norme e regolamenti in modo da impedire alle aziende che non rispettano i contratti di lavoro, che evadono o eludono le tasse o si macchiano di reati finanziari, di avere qualsiasi tipo di rapporto con le istituzioni e il sistema sano dell’economia.
A proporlo è la Cisl siciliana, che lancia un appello a Confindustria, invitando l’associazione a stringere un patto con i sindacati e la Regione per riscrivere le normative che disciplinano la partecipazione delle aziende agli appalti e in genere i rapporti con le istituzioni.
“Con la battaglia antiracket Confindustria ha intrapreso con forza la strada della legalità - dice all’Ansa il segretario generale della Cisl siciliana, Maurizio Bernava - ma serve proseguire l’azione anche in altre direzioni, per contrastare il lavoro nero, il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza, la concorrenza sleale di quelle aziende che non rispettano le leggi. Serve dunque un patto complessivo tra tutti i soggetti interessati alla sviluppo partendo dalla legalità, come dice anche il leader degli industriali Emma Marcegaglia”.
Si tratta di una strada percorribile?
Certo sarebbe un bel passo avanti rendere tutte le gare d’appalto realmente meritocratiche.
Solo pochi giorni fa si è diffusa la notizia dell’arresto a Roma di 5 persone che avevano truccato una gara d’appalto di 21 milioni di euro, indetta dalla Asl di Roma (la più grande d’Italia) per l’informatizzazione della stessa.
E’ davvero possibile, come chiede la Cisl a Confindustria, “intraprendere insieme questa strada per completare il lavoro di contrasto a tutte le forme di illegalità, oltre che alla criminalità organizzata”?…
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Finalmente anche in Italia non si sente (quasi) più parlare di NO TAV, e ogni tanto una buona notizia di innovazione e di unicità imprenditoriale si sente, come la nascita di questo nuovo progetto imprenditoriale italiano che farà concorrenza a Trenitalia - FS.
Venticinque treni rosso Ferrari da 11 carrozze, 460 posti, una velocità superiore ai 300 chilometri orari. La sfida della liberalizzazione europea del servizio di trasporto ferroviario di passeggeri è aperta. E il primo competitore privato ad annunciare il suo debutto sulle linee dell’alta velocità (nella primavera-estate del 2011) è tutto italiano. A presentare il Nuovo Trasporto Viaggiatori (Ntv), a Roma, il presidente, Luca Cordero di Montezemolo, l’amministratore delegato e tutti gli azionisti che hanno partecipato a quest’ avventura imprenditoriale avviata nel dicembre del 2006: Diego Della Valle e Gianni Punzo (che assieme a Montezemolo detengono in quote paritetiche il 54,5%), Intesa San Paolo, Giuseppe Sciarrone (l’a.d. con il 2,6% delle quote), Intesa San Paolo (21,4%), Generali Financial Holding (16,10%) e Alberto Bombassei (5,4 per cento).
«I nostri treni offriranno un servizio completo e personalizzato – ha detto Montezemolo – ambienti confortevoli e tecnologicamente avanzati. Daremo più valore al tempo del viaggio di tutti». Ntv aprirà il suo servizio su tre direttrici: la Torino-Milano-Bologna-Firenze-Roma-Napoli-Salerno; la Roma-Firenze-Bologna-Venezia e la Roma-Bari. A regime verranno effettuati 54 viaggi al giorno per una produzione stimata in 13,5 milioni di chilometri l’anno. «Con noi – ha sottolineato Giuseppe Sciarrone – i viaggiatori troveranno il massimo dell’accoglienza, del comfort, della sicurezza, tutte le tecnologie di connettività internet e tv. Ma sarà un servizio alla portata di tutti, in diretta competizione con Trenitalia».
La società sarà il primo operatore al mondo a utilizzare il nuovo treno ad altissima velocità Alstom Agv (il contratto di fornitura vale…
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Secondo uno studio commissionato da Avaya, le assenze dei dipendenti costano parecchio alle imprese italiane di piccole e medie dimensioni.
Dalla ricerca emerge che il 65% delle aziende stima di perdere fra 7.800 e 31.000 euro all’anno a causa dei dipendenti che rimangono a casa, arrivando, in alcuni casi, a cifre pari ai 70.000 euro, costi ai quali va associato il calo della produttività aziendale.
Le cause? Avverse condizioni meteorologiche, ritardi nel tragitto casa-ufficio, malattia.
Mentre le pubbliche amministrazioni sono corse ai ripari proprio in questi giorni nei confronti dei 500.000 dipendenti di Regioni ed enti locali, sia dal punto di vista del trattamento economico durante la malattia, sia stabilendo l’obbligo di presentare una certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica, infine attraverso l’ampliamento dell’orario dei controlli dei medici fiscali, il problema nelle pmi esiste e non è di facile soluzione.
Come affrontarlo? Dotandosi degli strumenti tecnologici che permettano il telelavoro?
E se anche un’azienda fosse in grado di sobbarcarsi i costi per la creazione di una struttura di lavoro flessibile, come riuscirà a garantirsi che i lavoratori mobili abbiano la stessa produttività di quelli presenti in ufficio?…
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